Il nutrimento dell’Abissinese

Vivono molto parcamente, chè il loro nutrimento abituale è pane con berberi, pastina ottenuta da peperoni rossi essicati e cipolle pestati insieme, che qualche volta riscaldano con farina di ceci e ne fanno così una pietanza assai forte nella quale intingono il pane. Solo in circostanze particolari mangiano carne, quasi sempre da bue, e la preferiscono cruda, di animale appena ucciso. Sono ghiottissimi di questo pasto selvaggio che chiamano brundò: qualche volta abbrustoliscono le carni sulla bragia. Indolenti per carattere, il loro primo scopo è il dolce far niente, ma l’attività non manca loro e in caso di necessità sono capaci di fatiche e di privazioni straordinarie. Con pochi pugni di farina vivono e camminano intiere giornate, e il giorno che possono sgozzare un bue lo divorano materialmente, empiendosi fino al punto di non potersi quasi più muovere.

Come bibite hanno la birra, liquido torbido ed acidulo che si ottiene dal fermento di acqua con pane o grano abbrustoliti. Più usato è il tecc ottenuto dal fermento di acqua, miele e foglie di ghessò o radici di teddò, arbusti che crescono allo stato selvaggio e che qualche volta si coltivano all’uopo. Il più delicato è quello che si ha dalle foglie di ghessò: come usano questa bevanda nel momento della sua maggiore fermentazione, assai facilmente se ne ubbriacano.

Qualche arabo ha introdotto in paese l’uso di distillare il grano di dagussà, dal quale ricavano una specie di acquavite, di che sono assai ghiotti, e che chiamano arachi.

La dura è il grano più usato dalla popolazione: i benestanti usano molto il teff, che somiglia al nostro miglio, e col quale fanno dei pani simili a grandi ostie tutte a piccoli fori come un merletto, sempre molle come pasta cruda, anche se stracotto. Hanno buon frumento, ma raramente lo usano.

Le capanne loro sono meschinissime e tutto quello di più sudicio che si può immaginare: è un lusso concesso a pochi l’avere un angareb, chè la maggior parte dorme per terra rannicchiata su una pelle da bue che difende dall’umido e dagli insetti. È gente del resto contenta del suo stato, che con poco potrebbe procurarsi qualche miglioramento nelle abitudini e nel vivere, ma che non ne sente il bisogno e non se ne cura.

Il sapone vegetale è un arbusto curioso che prende volentieri forma d’arrampicante nelle siepi: produce dei fiocchi di fiori biancastri, dei quali i semi si usano come sapone e ottengono benissimo l’intento producendo molta schiuma.

L’abissinese non si lascia mai vedere quando mangia, e facendo questa indispensabile operazione, si raccolgono a piccoli crocchi e si coprono stendendo uno scemma sulle teste. Così pure quando parlano, lo fanno spesso sotto voce e alzando il manto a coprire la bocca.

È gran lusso l’avere delle bottiglie europee in cristallo a forma di cipolla, e di queste si servono come da bicchiere. Hanno poi bicchieri e bottiglie di fabbrica nazionale, che consistono in grosse corna da bue ridotte all’uopo.

Si pretende sia conseguenza dell’uso delle carni crude la frequenza del tenia, che curano con una decozione di cussó, albero che vegeta splendidamente in molte località. Del resto la loro farmacia si riduce a qualche rimedio empirico, sempre vegetale, e nel confidare nel tempo e nel lavoro di natura. Per le ferite e le piaghe applicano assai facilmente il fuoco con un ferro rovente; e frequentissimi sono gli individui che al petto, al dorso o alle braccia ne portano le tracce.

Filippo Vigoni, Abissinia , Chapter 8

Original language: Italian

Time of action: 19 century (year 1879) CE

Reliability: Direct witness

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